So che non a tutti piacciono i telefilm, molti li considerano un genere "di serie B" nel campo degli audiovisivi, altri non sopportano l'idea che non si arrivi mai a una fine.
Dal mio punto di vista li adoro.
Sia perchè proprio il fatto di non avere fine li rende più coerenti con la vita reale, sia perchè in genere hanno delle situazioni così estreme da essere completamente diversi dalla vita di tutti i giorni.
In tutto questo potrete capire come la tre giorni di telefilm festival che si è svolta lo scorso weekend a Milano sia stata per me una manna dal cielo: a parte i Bee Hive dal vivo (era dai tempi di Kiss me Licia che aspettavo questa performance!), a parte le "prime" che per me non erano tali (brutto vizio guardare le serie appena uscite negli USA in lingua originale e sottotitoli...non ci si sorprende più di niente!), ho avuto modo di riflettere molto sia sul genere in sè, sia sulle sfaccettature che assume a seconda delle produzioni.
Le vere prime, per me, sono state quelle di serie non prodotte negli USA, ma che mi hanno molto colpita: una

di queste è sicuramente
Arab Labor, telefilm di produzione israeliana che mette in luce in modo molto ironico le difficoltà di dialogo e integrazione tra palestinesi e israeliani. Molti di voi penseranno che non c'è proprio niente da ridere o da ironizzare, e invece vi auguro di aver modo di vedere qualche puntata di questa serie: ne rimarrete sorpresi e decisamente colpiti. Divertente e intelligente, voto a favore.

Altra prima personale è stata quella riguardante
I Tudor, che aspettavo più per la presenza di Jonathan Rhys Meyers (gran gnocco) che per l'interesse storico. Il telefilm in sè è davvero una delusione: sotto l'apparente interesse per la ricostruzione storica la serie ci viene proposta come un accativante mix di sesso, intrighi e omaccioni avvenenti con pochi vestiti addosso. Niente di tutto questo, in realtà, dal mio modesto punto di vista, la ricostruzione storica è fatta con una prevedibile superficialità, gli intrighi sono una noiosissima sequela di convenevoli diplomatici tra Enrico VIII e il Vaticano e la sua biografia, piuttosto controversa e appassionante, è ridotta alla pura, semplice e melensa storia d'amore con Anna Bolena. Che, diciamocelo, nel telefilm ha una gran faccia da stronza.

Altra delusione mi è stata data da
Californication, dove David Duchovny: abbandonati i panni dell'agente Mulder (un migliaio di puntate prima di riuscire a dare un bacio a Scully), si è trasformato in un vero e proprio malato di sesso, non tanto segretamente innamorato dell'unica donna che proprio con lui non ci starà mai: la sua ex moglie. Che dire, banalotto come trama, troppo spregiudicato, scende spesso in una volgarità gratuita spacciandola per grande innovazione nella lotta ai tabù.... Voto negativo.
I telefilm che affrontano il sesso dal punto di vista maschile sono stati un trend di forte interesse quest'anno, e non si può non sottolineare anche la presenza di
Big shots, acclamato come il nuovo
Sex and the city in versione maschile. I punti di contatto

sembrano essere il numero di protagonisti (quattro), il fatto che si parli molto di sesso, nonchè la condizione molto agiata dei personaggi. Ma questo non basta a ripetere il fenomeno Sex and the city, tanto che non credo proprio che le due serie possano essere accomunate con troppa disinvoltura. Già il fatto che i protagonisti siano sposati elimina un elemento, la paura di rimanere zitelle, che era fondamentale nelle storie di Carrie & co. In
Big Shots ho visto più che altro un
Desperate Househusbands... Ad ogni modo gradevole: promosso!

Una grande sorpresa è stata, all'inizio,
Secret diary of a call girl, serie di produzione inglese che racconta le avventure di Hannah, studentessa universitaria che di notte si trasforma in Belle, prostituta di lusso. Devo dire che se le prime due puntate mi sono piaciute molto, lasciandomi la curiosità di andare avanti, proseguendo la visione ho iniziato a scoprire una povertà di intenti per cui il telefilm lentamente si appiattisce e diventa più simile a un servizio di Lucignolo piuttosto che a una storia avvincente narrata con linguaggio cinematografico. Peccato. ma la prima puntata resta da vedere.
Ho ancora tanto da raccontarvi, anzi, il bello deve ancora venire, ma ora non ho il tempo....
See you soon!
C.